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Dal “cielo stellato” alla “legge morale” Lo stupore della metafora cosmica e del nostro destino „Due cose riempiono l’animo di una sempre nuova e crescente ammirazione e timore: il cielo stellato sopra di me e la legge morale dentro di me.“ (Immanuel Kant, Critica della ragion pratica, cap. 34) Riflessioni di Mario Tamponi Il “cielo stellato” Non è solo un capolavoro da contemplazione estetica, il cielo stellato è anche un palcoscenico profondo e inquietante. Lo era già nel quinto secolo avanti Cristo per Talete, il pioniere della filosofia occidentale, che per la voglia di guardare in alto finisce col cadere nel pozzo. Dalla servetta di allora, che nel vederlo scoppia in una ironica risata, e dai benpensanti di sempre quel curioso viene declassato alla categoria dei romantici distratti. È invece il saggio che di fronte alle stelle sente l’irrilevanza del pozzo. Noi ci accorgiamo del sole col rinnovarsi del suggestivo, banalissimo fenomeno dell’eclissi, ma poi non ce ne curiamo quasi mai nonostante continui ad essere la nostra fonte primaria di vita, di luce ed energia; davanti al suo splendore di mezzogiorno i nostri arcaici progenitori si prostravano in ginocchio con sentimenti di venerazione e gratitudine. La terra è inesauribile nelle sue manifestazioni di gratuità e bellezza; di terre il sole ne conterrebbe più di un milione. Di soli se ne contano centinaia di miliardi nella nostra galassia, e di galassie centinaia di miliardi nel cosmo conosciuto: con fenomeni sconvolgenti di supernove, buchi neri con masse da milioni e miliardi di stelle, nebulose in processi fantasmagorici di aggregazione e disgregazione, campi elettromagnetici e gravitazionali, soprattutto vuoti abissali. E la luce, messaggero veloce come un lampo che in un secondo avvolge oltre sette volte il nostro globo, col firmamento racconta alla nostra brevissima fragilità un passato di inimmaginabili miliardi e miliardi di anni. Questa immensità astrale è una parte minima di quanto l’universo contiene; almeno il restante 95% è materia ed energia oscura, che la scienza ipotizza per spiegare la rivoluzione delle galassie attorno al loro centro e l’espansione in accelerazione vertiginosa dell’intero cosmo: le postula senza neppure supporne il dove e il come. Se un giorno riuscisse a scoprirle e capirle dovrebbe forse rivedere interamente le teorie e le certezze sull’universo finora conosciuto. Altro enigma resta la “localizzazione” dell’antimateria che col big bang si sarebbe generata per simmetria nella stessa quantità della nostra materia; una questione non trascurabile dato che un incontro delle due comporterebbe il loro reciproco annichilimento, la nostra immediata scomparsa. Non irrilevante né fantascientifica è anche l’ipotesi (suggerita da lacune altrimenti incolmabili dell’attuale astrofisica) dell’esistenza di altri universi “accanto” al nostro, ovviamente tra loro incomunicabili, forse innumerevoli, forse infiniti. Tutta questa realtà osservata e postulata che “mi sovrasta” è – per dirla con Kant – il “cielo stellato sopra di me”. C’è poi la sfera microscopica fino al nanometrico considerata dalla meccanica quantistica, che l’abituale classificazione di piccola non ci autorizza a sottovalutare o contrapporre a un “grande” presunto, perché si tratta pur sempre del nostro stesso universo percepito all’inverso. Con la consapevolezza di questa ottica rovesciata nell’equivalenza delle dimensioni anche quel “sotto” (microscopico) rientra nel “sopra” (macroscopico) nel senso della reciproca interdipendenza e intellegibilità. Banale è quindi la posizione intermedia che normalmente l’uomo attribuisce a se stesso in una immaginaria scala di grandezze fisiche. Finora il macrocosmo ispezionato con l’ottica ormai universalmente condivisa della relatività generale sembra divergere dal bizzarro nanometrico analizzato con l’ottica altrettanto vincente della fisica dei quanti. L’ambizione della scienza è oggi quindi quella di unificare o sintonizzare in una sola equazione macro e microcosmo, ma anche le interazioni fondamentali della fisica. Obiettivo esaltante, anche se ridicola è la presunzione di poter così disporre della chiave per detronizzare l'Assoluto: un Assoluto caricaturalmente immaginato piccino piccino, imprigionato nei nostri schemi concettuali, nelle convenzioni matematiche della nostra effimera cultura. Un pò di presunzione sarebbe persino verosimile se le verità scientifiche fossero assolute e non – come realmente sono – storiche, prospettiche, funzionali spesso all’istinto di dominio e a interessi di profitto. La conoscenza scientifica è necessariamente induttiva: della realtà fisica non ci dice cos’è, ma come sembra essere sulla base delle domande che riesce a porle, pochissime rispetto alle tante possibili nelle innumerevoli diversità di linguaggi, culture e convenienze. È anch’essa simbolica, comunque formale. Lo avvertiamo già quando col nostro sguardo neurologicamente tridimensionale ci confrontiamo con una dimensione in più, ad esempio col tempo del modello della relatività generale. Per orientarci nell’astrazione matematica non possiamo non continuare a servirci di raffigurazioni tridimensionali; immaginiamoci quando formule matematiche più complesse ci prospettano cinque, nove, dodici dimensioni! La matematica, diventata con Galileo l’anima della scienza, si fa sempre più sofisticata; indagini sperimentali con acceleratori e altri strumenti complessi e giganteschi sondano l’estrema profondità della materia, quella che ci sta accanto, tranquilla e familiare, per farci capire che il mondo è pluriforme e nulla è scontato. Neppure quello che la stessa scienza ci racconta e cerca di predirci: fra cinquant’anni nel caso ci sarà dato di vivere ancora o fra milioni di anni nel caso la fantasia ci consenta proiezioni così lunghe. Quanto più la scienza progredisce (ed è prodigioso che ciò avvenga!), tanto più si amplia, accanto al successo delle applicazioni tecnologiche, il campo degli enigmi irrisolti, degli innumerevoli non ancora emersi e neppure previsti, delle domande senza risposta o con soluzioni non sempre compatibili. Per non parlare delle correlate questioni filosofiche su cui di volta in volta la scienza naturale è tentata di dire la sua senza averne la competenza. Il mondo “fenomenico” Con una rivoluzione filosofica denominata “trascendentale”, ben più epocale di quella astronomica copernicana – e che qui mi permetto di ricordare in forma libera e schematica – Kant ci aiuta a capire che il mondo fisico non è un’entità autonoma che preceda la nostra conoscenza; è invece il prodotto della nostra percezione ed elaborazione, innanzitutto mediante le nostre categorie a priori spazio- temporali, principi di materialità. Significa che il mondo fisico, quello della nostra visione quotidiana e della scienza, è “fenomenico” (rispetto a quello “noumenico”, reale), è cioè una nostra rappresentazione. Questo costruttivismo conoscitivo che mette in crisi ogni realismo ingenuo (di una realtà fatta di oggetti e di un uomo oggetto tra gli oggetti) è una conquista definitiva da cui è insensato tornare indietro. Certo, le categorie a priori di Kant si ispirano allo spazio e tempo della fisica newtoniana come contenitori separati, immobili e universali degli eventi; ma il suo dualismo di fenomeno e noumeno resta valido – come schema – anche dopo il superamento del rigido spazio-tempo newtoniano in quello relativo e plastico di Einstein. Ancora. Sempre come schema l’ottica kantiana resta valida anche dopo il rovesciamento della sua stessa impalcatura metafica operato da Heidegger, da Wittgenstein e dalle varie forme di ermeneutica, secondo cui il mondo fisico – come quello immateriale – si trasforma da raffigurazione in “interpretazione” con la magia del linguaggio fluido e simbolico “in cui abitiamo”. “Non ci sono fatti”, sostiene Nietzsche, “ma solo interpretazioni, e anche questa è interpretazione” (Frammenti postumi 1885-1887). È come dire che il mondo materiale (fenomenico) si spiritualizza con la nostra intelligenza, che è creativa perché comunicativa. A proposito di raffigurazione. Il fatto che il mondo esterno non è quello che crediamo di “vedere” potrebbe spiegarcelo qualsiasi oculista anche senza strumenti filosofici. La luce riflessa dai presunti oggetti entra nella pupilla, simile all’obiettivo di una macchina fotografica; con la lente le figure si capovolgono sulla retina, da dove per reazioni chimiche ed impulsi elettrici si trasmettono codificate al cervello, che non dispone di sale cinematografiche per la proiezione delle immagini originarie; vero è che il nostro mondo visivo è il prodotto del nostro processo conoscitivo, che non ci consente neppure di supporre cosa e come possano essere gli impulsi di partenza da un presunto “fuori”. Per non parlare dei tempi neuronali (diversamente compressi, dilatati e poi sincronizzati) che non corrispondono a quelli di un orologio “esterno”. Da notare ancora che dello spettro elettromagnetico della luce emanata dai presunti oggetti l’occhio recepisce una parte infinitesimale. Sulla costruzione del nostro mondo fisico potrebbero dirci cose analoghe specialisti degli altri organi di senso; e zoologi potrebbero documentare la nostra parzialità percettiva rispetto ad animali dotati di organi con tecniche e sensibilità diverse. I neurofisici rilevano inoltre che il nostro cervello non registra allo stesso modo tutti i dati sensoriali o stimoli di partenza, ma li seleziona drasticamente secondo interessi ed emozioni già nell’atto di riceverli, collegarli e memorizzarli. Ovviamente sotto l’ottica filosofica, quella kantiana, anche il cervello è mondo esterno, fenomenicamente percepito e “costruito” come qualsiasi altro oggetto. Fautori dell’oggettivismo naturalistico chiamano in causa il ruolo della matematica, attribuita alla realtà fisica come struttura e logica di comportamento: una matematica che garantisce una esatta conoscenza quantitativa e comparativa dei fenomeni, apre a molte scoperte ancor prima della loro verifica sperimentale e consente un incredibile sviluppo della conoscenza e delle sue applicazioni tecnologiche. Inevitabilmente si pone però la questione sulla natura della stessa matematica: se sia scoperta oppure invenzione, cioè se l’uomo scopra quella logica nel mondo oppure se sia lui a trasmetterla al mondo come “prodotto” della sua conoscenza. Pare logico pensare – come del resto molti matematici autorevoli in sintonia con Kant pensano – che vere siano l’una e l’altra cosa a seconda del punto di vista. È come dire che la matematica è struttura del mondo costruito dal processo conoscitivo. La sfera della coscienza Certamente l’universo fisico vive nella e della nostra coscienza (intesa come esistere personale), come se di questa fosse il palcoscenico, la proiezione estensiva, il prolungamento virtuale della sua inafferrabile dimensione corporea, del multiforme linguaggio espresso o solo pensato, dell’immaginazione creativa. È anche un fatto che per il significato e il destino del nostro esistere non sono indispensabili presunte verità definitive sul mondo “esterno”, che del resto non ci vengono offerte dalla scienza, certamente molto più avara della coscienza, quest’ultima col suo flusso inesauribile di bellezza e poesia, di scelte e sentieri da percorrere. Non è pensabile che Francesco d’Assisi e Dante avrebbero vissuto una vita più piena dopo la rivoluzione astronomica copernicana, così come Galileo e Newton con la curvatura spaziotemporale di Einstein… o Einstein con gli approfondimenti contemporanei della fisica quantistica. La scienza positiva si confronta solo con oggetti e fenomeni corporei, anche quando studia l’uomo come insieme di organi, ormoni e altro, o quando ne analizza il cervello come sistema di neuroni e sinapsi, di impulsi da localizzare e misurare, di inconscio e subconsio e di tutto il resto. Quando nella sfera subatomica la meccanica quantistica crede di superare l’oggettualità considerando le particelle come relazioni e definendone lo stato e l’azione come dipendenti dall’osservatore, in realtà l’osservatore coinvolto non è l’uomo come coscienza, ma come “oggetto” misurante dentro un orizzonte di “oggetti”. Quando la stessa scienza quantistica sostiene che il tempo “non esiste” (dichiarazione di per sé affascinante!), in realtà il tempo in questione è un fattore cosificato; non è quello esistenziale, che attraversa e tesse in ognuno la storia di memorie e progetti, di parole e metafore che rinviano di significato in significato e ci trasmettono il senso dell’infinito facendocelo pregustare lungo il cammino. La coscienza siamo noi, e in ognuno di noi è relazione, di cui sono incapaci gli oggetti. Ognuno di noi esiste come relazione orizzontale (con l’altro) e verticale (con l’Assoluto); sono due ma in una come capacità di trascendere la solitudine ontologica. La relazione con l’Assoluto è condizione di possibilità dentro la relazione con l’altro. Un Assoluto che rivelandosi al nostro essere-relazione è improprio considerare come Sostanza separata; ci appare invece come evento fondante che ognuno ha il diritto di raffigurarsi e nominare simbolicamente come meglio crede, ma che è un non-senso negare, perché la solitudine ontologica è astrazione, regressione nel pre-esistere. Se la formula che potrà unificare le teorie fisiche sul macro e microcosmo e sulle interazioni fondamentali è obiettivo scientifico, forse un miraggio, decisiva è invece l’equazione che ricompone nell’unità il dualismo relazionale dell’esistere: „Ama il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente, e il prossimo tuo come te stesso“. Nel Vangelo di Gesù di Nazareth questa formula si esprime nelle modalità del Discorso della Montagna, dell’essere e non dell’avere o dell’apparire, dell’apertura incondizionata all’altro come singolarità e come comunità, della libertà oltre le maschere, del debito di gratitudine per l’esistere che ci accompagna non col peso di un dovere, ma con la gioia del nostro compimento creativo. Le modalità sono tutte riconducibili all’essenziale, che non è dottrina per presuntuosi e arroganti, ma rivelazione per semplici senza calcoli e preconcetti. La vera etica non è una normativa a base metafisica, ma è la stessa vita relazionale come evento, dove non sono i poli (io - l’altro - l’Assoluto) a caratterizzare la relazione, ma è la relazione a configurare i poli. L’etica non è qualcosa di destinato ad essere superato dall’evoluzione biologica e neurogenetica, ma l’opportunità singolare di riscatto dalla logica della concorrenza selettiva; è la scoperta della fratellanza da vivere col dono della forza per riuscirci. Non la scienza, ma l’etica ci richiama scuotendoci personalmente alla più vitale delle evidenze. È quanto intende Dostoevskij quando fa dire al principe Myskin: “La bellezza salverà il mondo.” La bellezza non nel senso estetico, ma come valore etico. Per il cristiano – e Dostoevskij lo era profondamente – significa Redenzione, dove l’Assoluto nella nostra relazione con l’altro assume il volto umano del Cristo. “La bellezza salverà il mondo” Ricondurre tutto all’etica significa tutt’altro che banalizzare la complessità della vita. Quel riferimento, apparentemente esile, può ispirare discipline e trattati, affollare biblioteche di volumi monumentali sull’agire umano, che è autentico solo se resta appunto ancorato al suo principio elementare di relazione. Altrimenti la scienza positiva, da ricerca avvincente sul creato può degenerare nell’oblio dell’esistere; la religione, da testimonianza di trascendenza può degenerare in dogmatismo e oppressione; la politica, da servizio degli altri può degenerare in demagogia e affarismo; l’economia, da gestione del patrimonio comune può degenerare in corruzione e mercificazione dell’uomo; la finanza, da equa amministrazione può degenerare in speculazione e dominio; la comunicazione, da informazione e confronto può degenerare in propaganda e manipolazione; la tecnologia, dalla moltiplicazione delle possibilità può degenerare in dipendenza e idolatria. Nell’umanità senza etica si alimentano conflittualità intimidatorie, guerre che non diventano mondiali solo per la rafforzata deterrenza nucleare, lobby invisibili e mafie ramificate con moltitudini di affiliati e sostenitori, la sfacciata opulenza dei pochi contro il necessario per la sopravvivenza dei tanti, i soprusi sui deboli. E prosperano gli sciacalli che si arricchiscono sulla militarizzazione e l’inquinamento, sulla disoccupazione e il lavoro nero, sulla droga e la prostituzione minorile, sulla schiavitù degli inermi. Oggi parlare di bene comune è diventato di moda, ma attenti alle contraffazioni! Un’etica senza la componente verticale (relazione con l’Assoluto) non è razionalmente sostenibile né possibile se non nella forma del buonismo ipocrita e narcisistico; ce lo dice l’analisi darwiniana dell’evoluzione selvaggia. Ancora. L’etica ontologica può essere supportata dall’empatia naturale grazie ai cosiddetti neuroni-specchio, ma l’empatia non è etica. Totalmente diversi sono i piani: l’empatia è un fenomeno psicologico-organico-genetico, l’etica coinvolge invece la libertà di ogni irripetibile individuo. Una libertà che non è quella che la scienza vorrebbe osservare e misurare sui riflessi neuronici o dice di veder contraddetta dal fatto che le nostre scelte sembrano precedere di qualche frazione di secondo la loro consapevolezza come se si trattasse di determinismo o automatismo mascherato. La libertà etica non è neppure quella che la meccanica quantistica crede di veder negata dal principio di indeterminazione. La ragione è profonda e univoca: dipende dal fatto che il piano oggettuale della scienza non è quello dell’esistere relazionale, che è libero e “sa” di esserlo. Del resto solo sulla libertà etica può fondarsi la comunità umana; se la si negasse crollerebbe tutto… e in ognuno e in ogni gruppo varrebbe il diritto alla violenza contro tutti. La relazione etica interpersonale è la radice della rete parentale, comunitaria e sociale in ambito locale e internazionale. Senza etica l’umanesimo anche come parola sarebbe vuoto di senso; vuoto sarebbe anche ogni giudizio di merito e di valore, ogni utopia; vuoto sarebbe l’auspicio di pace, di convivenza solidale. Se l’etica non è possibile senza la componente verticale (da non intendere in senso confessionale), non è possibile neanche senza la componente orizzontale. Ci ammonisce la Parola biblica (1Gv 4, 20-21): “Chi dice di amare (=credere in) Dio ma odia suo fratello è bugiardo!” Se cristiano è chi nello stesso atto ama Dio e il prossimo, la fede di ognuno non può limitarsi ad una professione verbale, ma deve interrogarsi nell’interiorità sulla propria coerenza etica. Così chi crede di essere cristiano potrebbe non esserlo; e viceversa. Il teologo gesuita Karl Rahner denomina “cristiani anonimi” gli “etici” non confessionali; e “non-cristiani anonimi” i cristiani professi che non interpretano correttamente il senso delle loro parole e dei loro comportamenti. Se così fosse – come sembra – la chiesa universale del Cristo potrebbe non coincidere esattamente con quella istituzionale. In effetti i più perfidi interlocutori di Gesù di Nazareth sono gli scribi e i farisei che dicono di credere e si ritengono “giusti”. “Cielo stellato” e “legge morale” Questo discorso etico, radicato nel cristianesimo, è in piena sintonia anche con la trattazione rigorosamente razionale di Kant. Il filosofo, per il quale – come già accennato – il mondo fisico è fenomenico, vede nell’etica (denominata “legge morale”) l’esperienza umana del reale (noumeno). Proprio per questo Dio, in quanto di per sé non oggettivabile, non è dimostrabile con la ragion pura; è “testimoniabile” invece solo con la ragion etica. Il comandamento cristiano dell’amore del prossimo coincide con l’imperativo etico che anche Kant fonda nell’Assoluto e formula così: “Agisci in modo da trattare l’umanità, sia nella tua persona sia in quella di ogni altro, sempre come fine e mai come mezzo.” Potrebbe sorprendere allora che, nonostante la contrapposizione valoriale tra fenomeno e noumeno, Kant ponga sullo stesso piano come oggetto del suo stupore il “cielo stellato” e la “legge morale”: „Due cose riempiono l’animo di una sempre nuova e crescente ammirazione e timore: il cielo stellato sopra di me e la legge morale dentro di me.“ (Critica della ragion pratica, cap. 34). Ma c’è una ragione. Il fatto che il “cielo stellato”, cioè il mondo fisico e oggettuale, sia fenomenico non significa che non esista; esiste come rappresentazione con la sua bellezza straripante, come metafora del trascendente, che solo nel rapporto etico si vive realmente. Quel mondo fenomenico, che normalmente secondo il principio di causalità chiamiamo “creato”, creato effettivamente lo è, nel senso che ci è dato, interamente, anche se le modalità bibliche dell’evento creativo andrebbero meditate con l’intensità simbolica della poesia. La scienza partecipa del fascino della natura che indaga, e così risulta inconcepibile che molti scienziati del nostro tempo – per autosuggestione – credano di essere quasi inventori o creatori delle meraviglie che vi scoprono, mentre dovrebbero esserne solo testimoni o messaggeri. Galileo, fondatore della scienza moderna, e Newton, promotore dell’astrofisica, entrambi profondamente credenti, affermano di voler cercare nel mondo le orme del Creatore, con la convinzione che il racconto della scienza non possa non essere compatibile – nelle diversità espressive – con quello della fede: Bibbia, tradizione, sacramenti; la metaforicità del linguaggio decodifica persino l’impalcatura metafisica dei dogmi. Come il mondo fisico e la sua scienza, ridondanti di simboli, rinviano all’etica, anche l’etica nella sua invisibilità fisica si esprime con simboli ispirati al vissuto quotidiano. Le nostre metafore sulle due sfere sono sempre sfumate ed evocative, come opere d’arte, aperte ad orizzonti sempre più vasti. Ma in ultima istanza il loro intreccio simbolico porta alla trascendenza dell’etica. Affascinati dall’estrema logica della natura, che del resto è quanto rende possibile la scienza, parecchi scienziati di oggi, pur dichiarandosi atei o agnostici, sembrano disposti a riconoscere l’esistenza di un Assoluto come quello di Spinoza, che coincida con la natura stessa o la inglobi; ma respingono come ingenua l’idea di un Dio personale come quello biblico o cristiano. Il che sembra in contrasto con le loro stesse premesse. Il Dio di Spinoza è una entità metafisica di tipo aristotelico, perfetta, autonoma e – come tale – analizzabile nei suoi “attributi” e “modi” come, data la presupposta trascendenza di Dio, sarebbe illogico fare. Pensare invece un Dio persona, ad esempio come Padre – se con ciò non lo si antropomorfizza – potrebbe significare limitarsi a considerarlo simbolicamente come fondamento del nostro esistere etico, come polo della nostra relazionalità, senza la presunzione di poterlo definire nella sua assolutezza. Una visione nell’ottica umana che pare molto più coerente di quella di una metafisica oggettivante, e ancor più di una scienza fisica che adotta l’idea metafisica in versione naturalistica. Gli scienziati di cui sopra cadono nella loro semplificazione sviante già quando dei due livelli kantiani ignorano il “noumeno” per assolutizzare il “fenomeno” come realtà prima e ultima. Un materialismo che si basa sulla contraddizione concettuale di dare per scontato quanto si vorrebbe o dovrebbe dimostrare! E così, stando all’ottimismo scientista, la scienza crescendo dovrebbe svelare ogni mistero, risolvere ogni problema. Manipolando il genoma umano promette di giungere un giorno a estirparne persino l’aggressività e rendere obsoleta l’etica. È un fatto invece che, trattato come oggetto o “materiale umano”, l’uomo diventerà robot senza relazioni reali, senza identità, macchina destinata ad esprimere la sua inutilità quando altre macchine artificiali la supereranno in intelligenza tecnica, quando cioè il produttore diventerà prodotto del proprio prodotto. Dio non voglia che l’apoteosi del mondo umano si celebri un giorno nella torre o tomba di Babele! Sembra che il mito platonico della caverna valga anche per questa categoria di scienziati, nei quali il pregiudizio di fondo è ancor più radicato che nell’uomo comune. Sarebbero come “prigionieri” incatenati e immobili che credono come unica realtà le ombre che vedono proiettate sulla parete della grotta oscura, incapaci di dar credito a chi, liberandosi delle catene, vede dietro le spalle dei compagni il fuoco che con la luce produce l’illusione delle ombre e, varcando la soglia, scopre il Sole, metafora di bellezza e del bene etico. Contemplazione biblica L’idea contemplativa di Kant sul “cielo stellato” e la “legge morale” si arricchisce di fascino nella preghiera di lode di Davide. Sul “cielo stellato” (Salmo 8): “O Signore, Signor nostro, quanto è grande il tuo nome su tutta la terra: hai posto sui cieli la tua magnificenza! Quando contemplo i tuoi cieli, opera delle tue dita, la luna e le stelle che vi hai disposto, che cos’è l’uomo, chè ti ricordi di lui, o il figlio dell’uomo chè tu ne debba aver cura? Eppure tu l’hai fatto per poco meno d’Iddio, l’hai coronato di gloria e maestà, gli hai dato il dominio dell’opera delle tue mani, ogni cosa hai posto sotto i suoi piedi. O Signore, Signor nostro, quanto è grande il tuo nome per tutta la terra!” E sulla “legge morale” (Salmo 133): ”Oh quant’è bello e quanto è soave l’abitare dei fratelli insieme! È come l’olio sul capo, che scende sulla barba, sulla barba di Aronne, e cola sullo scollo dei suoi paramenti. È come rugiada dell’Hermon che scende sui monti di Sion; perché là il Signore largisce la benedizione, la vita nei secoli.” Mario Tamponi