Mario Tamponi Zurück
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I marziani sono tra noi! Li ha scoperti Ulisse sulla Costa Smeralda. Ulisse è astronomo e biologo. Da decenni cercava a centinaia e migliaia di anni luce forme di vita come la nostra in analoghe condizioni ambientali. Il principio delle probabilità gli garantiva che tra i miliardi di sistemi stellari dovrebbero esistere pianeti abitati da animali intelligenti: alcuni com’eravamo noi tanti millenni fa, altri come lo saremo in un futuro prossimo e remoto, altri ancora come non lo diventeremo mai a causa dell’istinto autodistruttivo che accompagna ogni passo della nostra ragione. Ulisse operava da scienziato, ma ci teneva a seguire anche la logica del senso comune: “La gente crede nella probabilità statistica”, sosteneva, “altrimenti non giocherebbe al lotto o d’azzardo con tanto accanimento.” E gli sembrava sensato che in vista di tanti extraterrestri possibili si dovesse rivedere la classica definizione dell’uomo, di quello terrestre, finora considerato signore unico, e si appellava persino ai teologi perché aggiornassero la loro idea di peccato originale e di salvezza per estenderla ad altri mondi e ad altre storie. Tutto questo finchè non trascorse un’estate sulla Costa Smeralda in Sardegna. Mentre gli amici passavano il tempo ad abbronzarsi sulla spiaggia, fieri della vicinanza di ville di vip e delle loro cerchie esclusive con lo sciame di paparazzi mimetizzati, lui, soggiogato come sempre dalla forza silenziosa della natura, sulla scogliera contornata di macchia si dilettava a raccogliere promettenti ciottoli di granito e minerali cristallizzati da esaminare nell’intensa solitudine del microscopio. E fu così che dopo minuziose osservazioni e verifiche gli sembrò di individuare su uno di essi una colonia di microbi dalle abitudini singolari. Astuti e arguti, flessibili e comunicativi, laboriosi e motivati, in tutto simili a noi, invisibilità a parte. Osò chiamarli fratelli e l’eureka! che urlò commosso gli amici lo percepirono come il sospiro di un introverso. Sono sue le note che riportiamo di seguito, raccolte dalle conversazioni serali, ma anche dalle conferenze accademiche e interviste divulgative. Che senso ha continuare a cercare gli ufo nello spazio profondo quando già tantissimi ci vivono accanto! Questi sono minuscoli, ma chi può dire che non lo siano anche quelli di altri pianeti! La grandezza è sempre relativa al metro di riferimento… e il raziocinio non dipende certamente dalla mole fisica. Noi umani soffriamo forse di complessi d’inferiorità rispetto a elefanti, balene o dinosauri di una volta? Evoluzionisti documentano come la nostra intelligenza è emersa quando il cervello dei nostri progenitori ha raggiunto un certo volume, ma non è detto che ciò debba valere per ogni altra realtà biologica. Un computer che quarant’anni fa ingombrava un intero salone non era più capace di un leggerissimo laptop di oggi. E questo non lo è più di uno miniaturizzato di domani, quando i comandi potremo trasmetterli senza una volgare tastiera, con lo sguardo o l’intenzione, o quando le sue funzioni ce le porteremo dentro le cellule. L’energia contenuta in tonnellate di carbone o in centinaia di migliaia di barili di petrolio non è maggiore di quella che per scissione nucleare si sprigiona da un grammo di materiale radioattivo. Misurare l’intelligenza soltanto sulla base delle dimensioni del cervello è razzismo preconcetto, come quando nel passato secondo quella logica spaziale si considerava la donna meno dotata del maschio; oggi ci risulta che il cervello della prima è meglio correlato e organizzato. Da sempre per volontà di dominio abbiamo banalmente attribuito la complessa attività di ogni animale ad un generico istinto, considerato come l’effetto meccanico di condizionamenti ambientali ed ereditari; oggi ci risulta che la nostra spiritualità non è esente da analoghi determinismi. Batteri e virus non hanno cervello, ma come non stupirci della loro astuzia quando aggirano il sistema immunitario del corpo da aggredire fino a mutare la propria identità genetica! Nello stesso modo gli anticorpi, gerarchicamente organizzati per convenienza (non per istinto presunto), si riproducono secondo le caratteristiche dei nemici da fagocitare o tramortire; e i loro collaudatori (o amministratori politici) vigilano su eventuali sbagli di autoriproduzione per costringere al suicidio i neonati difettosi nell’interesse dell’intero organismo (o società). Che dire delle loro sofisticate strategie offensive e difensive, differenziate e flessibili secondo i casi e le necessità, con spie all’erta per una rapida comunicazione interattiva e opportuni aggiornamenti di rotta? Si pensi ai sistemi variegati, fino all’inverosimile, di simbiosi, parassitismo e mimetismo di cui è ricca non una generica natura, ma nella natura ognuno dei miliardi di miliardi di individui, visibili e invisibili. Il guaio è che noi, sprezzanti del microscopico per non volerci sintonizzare con questi universi paralleli, scappiamo con tutta la nostra miopia negli spazi stellari, magari cominciando a diffondere alla cieca messaggi elettromagnetici: viaggiando alla velocità della luce questi arriveranno a destinazione dopo aver attraversato il deserto cosmico per centinaia, migliaia o milioni di anni con una probabilità praticamente nulla d’essere intercettati e interpretati. E nel caso superfortunato che ciò una volta avvenga e che qualcuno si prenda la briga di reagire, la sua risposta dovrebbe arrivarci (a chi?) dopo altrettante centinaia, migliaia o milioni di anni: probabilmente in una lingua incomprensibile o comunque quando nessuno avrebbe più l’interesse a raccoglierla. Una risposta, poi, che quasi certamente non sarebbe l’equivalente di un canto di Leopardi o di un coro di Verdi. Potrebbe essere uno striminzito “si”, “no” o “pensate ai cavoli vostri!” da parte di chi ignora persino il nostro galateo. Dopo tempi lunghissimi, estenuanti, a chi servirebbe sapere che esistono altri esseri pensanti, stranamente liberi, ma irraggiungibili, inafferrabili? Le esplorazioni a quelle distanze potrebbero essere un nostro alibi per sperimentare nuove tecnologie per il profitto e l’industria bellica, per distruggere il vicino, quello che ci raffiguriamo nemico perché diverso, ma che diverso lo è molto meno del marziano che ci ostiniamo a cercare nel cosmo impossibile. Non sappiamo accettare l’uguaglianza e la diversità dei nostri simili, numerosissimi, sulla terra… e di tutti gli altri animali che in massa violentiamo senza pietà contringendoli a tollerarci. Per mostrare a familiari e colleghi la reale esistenza di marziani in universi vicini, dentro il nostro, e sperimentare con calma un linguaggio per comunicare con loro, Ulisse trasferisce a Berlino la colonia dei suoi microscopici sardi: in una scatoletta di cioccolatini per non insospettire i controllori di volo. Certamente con un senso di colpa, struggente, per averli strappati al loro mondo smeraldo di Cala di Volpe e introdotti di forza nel quartiere tedesco di Charlottenburg. Un pò come Cristoforo Colombo se avesse intravisto i soprusi dei futuri conquistatori contro gli indigeni d’oltreoceano che lui aveva avventurosamente scoperto con le tre caravelle. Mario Tamponi