Mario Tamponi Zurück

La colpa

Nel labirinto della legge

La sala è lunga, un pò scoscesa, senza finestre, con file di seggiole sgangherate in velluto rosso. Come in tanti vecchi cinematografi che sanno di stantio. Guglielmo vi entra trafelato e l’attraversa di corsa per la corsia centrale credendo di essere in ritardo. Giunto sotto il palcoscenico già illuminato da un riflettore d’occasione, si rende conto che lassù c’è solo il suo avvocato. Lo saluta con un inchino sdolcinato e un “Reverendissmo signor Meier!”, ma per strappare al giurista un distratto “Ah, lei!” e un sorrisino formale, quasi infastidito. In effetti Guglielmo lo ha distratto dagli atti che sfoglia con la meticolosità di un bibliotecario. L’avvocato Meier confronta il fascicolo col contenuto di altri raccoglitori che ingombrano il suo tavolinetto e la visuale verso la platea. I suoi occhiali bifocali in equilibrio instabile sull’estremità del naso evidenziano la faccia affilata e i baffi alla mongola che sembrano finti. Gli occhiolini dietro le lenti roteano ogni tanto in direzione dei pochi spettatori nella penombra, ognuno alla dovuta distanza dagli altri. Non sopporta chi sbadiglia per sollecitare l’arrivo della corte. Guglielmo è stato parecchie volte nel suo studio; l’ultima volta circa un mese fa. Si trova al quarto piano di un edificio rappresentativo con aziende dalle finalità misteriose. La sala d’attesa, alta e pomposamente stuccata, aveva i colori dei quadri in mostra di un pittore ignoto ma presentato come il Picasso degli anni a venire. Ogni quadro era contrassegnato dal suo prezzo. Un’etichetta da listino era incollata anche sul tavolo centrale e su uno degli armadi in stile rococò. Tra i clienti che gremivano la stanza non c’era comunicazione. La tensione nelle loro facce richiamava l’anticamera del dentista, pervasa dalla puzza dolciastra di disinfettanti e anestetici. Guglielmo passava tutta la giornata in attesa del suo turno. Per un colloquio, come al solito, sbrigativo. Si limitava a rispondere alle domande-quiz dell’avvocato, intento a riportare dichiarazioni nel computer e a registrare nel dittafono lettere per la segretaria. Distolto da quesiti sconnessi, non ha avuto neppure allora l’opportunità di esporgli la vicenda incriminata nella successione logica e reale. Dalle annotazioni dell’avvocato gli sembrava di capire che il suo caso non esisteva più o era irrilevante, persino noioso. Al suo posto ce n’era ormai uno virtuale, impalpabile e passibile di ogni ulteriore trasformazione. Di per sè la cosa non gli dispiaceva affatto. Si sentiva scaricato dal peso di dover ricostruire anche gli aspetti spiacevoli e confusi. Alle sue timide obiezioni il signor Meier teneva a ribadire che la realtà è semplice e si lascia inquadrare sotto un numero limitato di varianti. Egli le aveva incasellate tutte al computer con l’aiuto di un programma. L’unico problema era in quale casella infilare ogni nuovo cliente. Per risolverlo gli bastavano i pochi indizi del primo colloquio. I dettagli sarebbero stati un bla bla bla che avrebbe potuto sviare dallo schema essenziale. “L’uomo è innanzitutto una figura giuridica. Le intenzioni, i sentimenti, gli ideali, la coscienza sono cose da donnicciole”, ha decretato più di una volta con tono sarcastico. Semplice per lui era anche il sistema di difesa. A ogni casella corrispondeva un tipo di arringa con modalità prestabilite. “Perchè perdere tempo a reinventare l’acqua calda? Nell’arte forense si va sul sicuro se si ripetono gli schemi e la retorica collaudata.” Ogni tanto il colloquio era interrotto da clienti che entravano senza bussare accompagnati dalla segretaria. Venivano per trattare il prezzo di qualche quadro o per altri affarucoli. Sulla scrivania c’erano anche orologi svizzeri e russi, che l’avvocato offriva partendo da spunti inesistenti, come se la loro presenza lì fosse del tutto casuale. Quando il discorso si concretizzava, di orologi ne estraeva tanti altri, casualmente, da tasche e taschini di giacca e pantaloni con l’abilità di un prestigiatore d’avanspettacolo. Ad affare concluso gli ospiti toglievano il disturbo e il signor Meier con una raschiatina di gola ridiventava avvocato. E allora era un gioco riprendere, con la casella, il filo del discorso. Si vedeva che Guglielmo gli era antipatico. Forse perchè non ha mai mostrato un briciolo d’interesse per i quadri, gli orologi e il resto, neppure per le grazie della segretaria, civettuola e presumibilmente disponibile. Al momento del congedo lei, in mancanza di altro, gli offriva la fattura, inclusiva anche delle ore passate in sala d’attesa. E ne sollecitava il pagamento come una crocerossina consacrata agli affamati del Biafra. ___________ Ma ritorniamo al tribunale, dove finalmente sta entrando la corte, accolta dal brusio impaziente del pubblico. Il signor Meier scatta in piedi e accenna a fare gli onori di casa come un cerimoniere impacciato. La toga, troppo lunga, ne intralcia i passi, che egli fraziona in passettini. Puntellando ininterrottamente gli occhiali sul naso cartilaginoso si compiace dell’autoinvestitura nella casa della “GIUSTIZIA UGUALE PER TUTTI”. Questo slogan è riportato in caratteri cubitali su uno striscione logoro fissato sullo sfondo con maldestri nodi di spago. Con l’uso si sono staccate le ultime due lettere, così che “TUTTI”, diventato “TUT”, sembra piuttosto il nome di una persona importante, magari del giudice. Quando i magistrati prendono posto accanto all’avvocato dietro ad altrettanti tavolinetti rivolti verso la platea, effettivamente il giudice sulla seggiola da regista risulta proprio in corrispondenza di “TUT”. Guglielmo intuisce la diversità dei gradi dalla pomposità delle toghe e dai loro colori, dal porpora cardinalizio all’amaranto, dal marrone al nero bianco-bordato. Anche dallo spessore e dal numero dei cordoncini che pendono dalle spalle e ondeggiando conferiscono ai movimenti ritmi di danza. Colpisce la diversità delle sagome: da quella tonda tonda del giudice alla smilza dei due assistenti, alla scheletrica del pubblico ministero, all’aerea dell’avvocato. È intesa come pluralismo di punti di vista, che consente alla giustizia di ponderare le questioni e di porsi in equidistanza tra gli estremi. I magistrati parlano amichevolmente e nelle battute coinvolgono anche l’avvocato, che via via si sbottona ed esplode nelle risate più sonore. Guglielmo è fiero che il proprio difensore, gerarchia a parte, sia uno di loro. Sarà più facile un accordo, pensa, per chiudere la vertenza. Intanto una donna, forse l’assistente del giudice, completa l’arredamento. Accanto allo striscione inchioda un crocifisso e incolla una foto consunta del capo dello stato, a cui però mancano due incisivi. Probabilmente qualcuno nell’udienza precedente si è divertito a oscurarli coi pastelli. Ma il lato estetico non pare turbare la donna. “Cosa c’entra la bellezza? Nella giustizia è l’autorità che conta! E poi, mica me lo devo sposare io!” commenta suscitando l’ilarità generale. Sembra consapevole della propria avvenenza. Pur vestita da sagrestana, evidenzia come può la scollatura e lo spacco della gonna. Quando riprende il suo posto accanto all’avvocato accavalla le gambe affusolate scoprendole lateralmente fino al merletto dello slippino. Dalla prima fila uno degli spettatori, che nel frattempo sono diventati più numerosi, approva con un applauso. Guglielmo si è seduto in terz’ultima fila ostentando un sufficiente distacco dal tutto. Di là non sente quasi nulla. Capisce ciò che osserva nel comportamento e negli umori della corte e dell’avvocato. Anche se lo sguardo è per lo più calamitato dalla segretaria, di cui a distanza risaltano le labbra cariche di rossetto. Gli pare di sentirne anche il profumo. Prova un pò di gelosia quando l’avvocato familiarizza con lei più del necessario. Anche se i loro fisici discordano come diavolo e acqua santa. È la volta dell’inno nazionale, che senza preavviso si diffonde dagli altoparlanti ai lati dello schermo. Sembra provenire dal registratore che uno dei togati aziona sul proprio tavolino. Scattano in piedi quelli della corte portandosi la palma della mano destra sul petto per misurare i battiti cardiaci; e lasciano penzolare la sinistra come paralizzata. Al culmine del trasporto la musica si aggomitola, rallenta, gracchia. Alcuni sorridono divertiti, altri si rivolgono infastiditi verso il tecnico che si imbroglia ai tasti. Con un cenno rassegnato il giudice fa capire che può bastare e dichiara aperta l’udienza. Guglielmo si sente pervaso d’un colpo da un brivido febbrile. Prima ha avuto modo di distrarsi dal presentimento annidato nello stomaco. Ora che i preliminari si sono conclusi si trova di fronte ad una macchina meticolosamente e inesorabilmente costruita per qualcosa. Il dubbio che quel qualcosa ancora una volta riguardi proprio lui diventa certezza quando il giudice agita mani e braccia per chiamarlo e chiedergli la carta d’identità. Soffocando l’agitazione Guglielmo si fruga dappertutto per mostrare buona volontà. D’altronde pensava che il tesserino fosse superfluo: di udienze ce ne sono state già abbastanza per poter garantire ormai con la sola faccia. “Devo averla lasciata a casa...” balbetta. “Vada a prenderla, noi abbiamo tempo!” lo sfida il giudice accarezzandosi voluttuosamente la pancia. Anche l’avvocato gli saetta un messaggio di sdegno con le pupille che si dilatano e invertono roteazione: “Santissima Vergine Maria! Oggi cominciamo bene!” Sorpreso dall’insolita religiosità del signor Meier, Guglielmo si affretta verso l’uscita, mentre il dibattimento comincia con un intervento ampolloso. “Parla il pubblico ministero”, sussurra qualcuno per informare i meno esperti della platea. Inoltrandosi con saltelli da canguro nelle strade e viuzze variopinte di stranieri e prostitute, Guglielmo medita su ciò che l’aspetta. La sua partecipazione o complicità al delitto è scontata. Non si muove per nulla un apparato giudiziario così mastodontico! Solo che egli non sa più di quale delitto e di quale partecipazione si tratti. Forse è stato l’avvocato a farglielo credere e a fargli perdere poi il filo e la memoria. E se nella ricostruzione virtuale il signor Meier avesse sbadatamente lasciato aperto anche un solo spiraglio sul caso reale? Per evitare interferenze tra il virtuale e il reale Guglielmo, interrogato, dovrà tacere su certi dettagli e sperare che nessuno della corte ci arrivi a rigor di logica o per qualche indizio dimenticato. Potrà scamparla anche in questa udienza, ma ce ne saranno altre. Chissà con quali interrogatori cercheranno di metterlo con le spalle al muro. Sapesse almeno cosa nascondere! Si preparerebbe perlomeno a negare secondo un filo logico o a crearsi un alibi. Ma per come stanno le cose tutto, anche ciò che gli sembra innocuo potrebbe comprometterlo. Il cuore si agita fino a martellare sui timpani. Se poi quello spiraglio non c’è, allora tanto di guadagnato! In fondo il computer dell’avvocato dovrebbe individuare e colmare i passaggi lacunosi. Ma una macchina giudiziaria che si è tanto sbilanciata può uscirne gratificata da un’assoluzione per insufficienza di prove? Sarebbe come una corrida senza la sconfitta del toro. Solo una sentenza di condanna potrebbe coronare gli sforzi di inquirenti e magistrati. Esalterebbe lo stesso avvocato che avrebbe cercato di salvare un colpevole ingarbugliando le procedure e tirando le cose per le lunghe. Troppo banale sarebbe invece la difesa di un innocente in una causa senza sostanza. Ora le palpitazioni afferrano Guglielmo per il collo, gli inaridiscono la gola, mentre i saltelli rallentano e diventano sinuosi. Per la strada ricambia sbrigativamente il saluto dei tanti che lo conoscono. “I miei ossequi, ingegnere. Ma non c’è un’udienza anche oggi?” gli chiede con premurosa ironia il salumiere. Sulla soglia della macelleria si gode il primo sole e pettegola sui passanti col titolare della contigua agenzia di pompe funebri. “Certo, come al solito!” risponde asciutto Guglielmo mentre spinge il portone di casa. Al secondo piano trova spalancata la porta dell’appartamento. Non sa se siano stati degli intrusi o la sua sbadataggine. Non ha il tempo di riflettere. Certo lo impensieriscono le carte personali che non è sua abitudine lasciare sottosopra e in parte sparpagliate sul pavimento. Ridiscendendo le scale nota che la sua cassetta postale è stracolma e vi reinfila due buste cadute per terra. È da più di una settimana che non la apre per evitare le solite lettere martellanti e logorroiche di tribunali e avvocati del processo penale e di innumerevoli processi civili. Tutti – accusa, difesa, giudici – sembrano alleati in un groviglio di intimidazioni per spillargli i soldi e l’aria. Tanti anni fa la cassetta l’apriva più di una volta al giorno, la corrispondenza significava comunicazione, amicizia. Ora egli sogna un mondo o un futuro in cui, non sa come, possa essere abolita. _______________ Quando rientra in tribunale saranno passate almeno due ore. Ma nessuno pare accorgersene; nè il giudice si preoccupa più del suo documento. Guglielmo va ad accovacciarsi nel posto di prima come in un nido sicuro. La corte sta analizzando sullo schermo un filmato che mostra l’imputato durante la precedente esecuzione dell’inno nazionale. Guglielmo riflette: a riprenderlo non può essere stata una telecamera fissa, dato che il posto lui se l’è scelto a caso. Si guarda attorno per individuare il cameraman indiscreto. Il pubblico ministero è severo nel commentare le immagini di Guglielmo seduto, con le mani in tasca, senza alcuna partecipazione emotiva. Altro che mani sul petto! Si è messo il dito nel naso. “Ha persino riso quando il registratore si è inceppato, come se l’interruzione gli sia stata di sollievo”, conclude il togato. Un testimone oculare descrive poi il comportamento dell’imputato osservato dal vivo. “Per l’intera durata dell’inno si è concentrato sul seno della donna”, giura con la risolutezza del perito infallibile. È la prima volta che in questo processo il tribunale effettua a sorpresa quella che in gergo viene chiamata la “prova del nove” o “psicologia in provetta”. Gugliemo vorrebbe rivedere il filmato per capire meglio dove ha sbagliato e chiedere scusa. Ma non osa gridare la richiesta dal fondo sala. E poi, lasciar trapelare una certa apprensione potrebbe essere una gaffe irreversibile. Per evidenti ragioni di sicurezza resta aperta la porta che dà sulla sala accanto. Anche se protetta da una tenda pesante, vi giunge il cicaleccio dei dialoghi e del sonoro del film proiettato. Stando al tabellone esterno dovrebbe trattarsi di un classico di guerra con una storia strappalacrime. Quando il rumore diventa baccano sfuma la voce della corte sul palcoscenico. Privati dell’audio, i magistrati e l’avvocato continuano ad agitare le labbra e il corpo come in un teatro dei burattini o in un film muto. Sembrano preoccupati della spettacolarità dei gesti per farsi seguire dalla platea. Nelle loro facce si leggono amicizia, indulgenza, approvazione, dissenso, compassione, indignazione. Solo il magistrato con la toga più ordinaria riesce a far giungere dappertutto la sua voce stridula, penetrante come quella di un vecchio disco a 33 giri a velocità 45. Gli occhi a mandorla ne tradiscono una qualche origine orientale. A intervalli regolari il venditore di Coca Cola, gelati e noccioline del cinema accanto attraversa la porta divisoria per completare il suo giro nella platea del tribunale. Il giudice auspica che la riforma della giustizia preveda punti-ristoro anche nelle sale delle udienze; ritiene importante consentire ai magistrati e agli avvocati pause piacevoli per poter prolungare le sedute fino ad esaurimento fisico. “Così la giustizia diventerebbe più veloce, ergo più giusta, ergo più umana”, commenta. I colleghi annuiscono. Arriva il turno dell’avvocato. Si alza rassettandosi la toga che nel frattempo pare si sia ulteriormente allungata. Tirandosi cerimoniosamente le maniche scopre con l’orgoglio di un direttore d’asta un orologio enorme che lo sbilancia a sinistra. Nel preambolo generale sui diritti del cittadino fa riferimento a Cicerone, che cita in latino. Il caso all’ordine del giorno lo sfiora appena, quasi per un innato senso di pudore per le cose concrete. “Non perdiamoci nell’ovvio e nel banale”, sussurra a ritroso mentre inietta nei polmoni più aria che può per nuovi voli d’eloquenza. Riferisce articoli di legge. Entra anche in politica sostenendo una tesi e poi quella contraria. Cerca di compiacere con tutti. Negli occhi di ciascuno legge le reazioni alle sue affermazioni per dosare quelle successive. Non le inventa di sana pianta, ma vi inserisce semplicemente un “non”, un “forse”, un “non voglia il cielo”, un “sembra così, ma così non è”. Alterna e altera i toni. Il suo forte sembra quello accorato, quando la voce si fa tremula e cavernosa. Ogni tanto si leva gli occhiali e stropiccia gli occhi lasciando alla fantasia altrui di vedervi commozione o disperazione. Gli uomini e la donna della corte lo seguono rapiti; la sua bravura scintilla come un fiore all’occhiello dell’intera categoria. Qualcuno lo interrompe con qualche obiezione innocua e la modestia della comparsa per consentirgli di dosare la predica in saporiti bocconcini. L’avvocato reagisce con enfasi additando il mucchio delle sue carte: “E noi di udienze ne faremo cento, e chiederemo ricorsi su ricorsi per onorare la legalità e l’innocenza di questo nostro povero diavolo!” Man mano che legge, passa uno dopo l’altro i fogli dattiloscritti all’assistente del giudice che gli sta accanto. Lei li ammucchia con la mano sinistra, mentre con la destra continua a far calcoli su un gracchiante apparecchietto sputacarta. Pare che anche al tribunale ogni riga detta o pensata abbia un sacrosanto valore commerciale. A Guglielmo giova la popolarità dell’avvocato, anche se gli sfugge il senso del poco che riesce a sentire. Trova strano però che non gli abbia rivolto lo sguardo una sola volta, nè lo abbia mai chiamato per nome. Eppure è lui, Guglielmo, che paga per tutti. La giustizia gli ha già divorato l’intero patrimonio, la villetta sul mare in cui aveva depositato gli ultimi risparmi, l’automobile. Gli ha rosicchiato anche i beni di prima necessità e gli hobby prediletti. Per i processi in corso poi chissà quali altre acrobazie dovrà fare! Ma reprime la ribellione sul nascere riconoscendo ad ognuno il diritto del proprio ruolo. Piuttosto teme che qualcuno sul palcoscenico emetta senza preavviso una qualche sentenza o anche solo una richiesta di condanna. E vi orienta gli occhi come antenne trepidanti. Per fortuna pare che nessuno almeno per oggi ne abbia l’intenzione. Il pubblico ministero mastica gomma americana rigonfiando ritmicamente i muscoli mandibolari. Ogni tanto la tira fuori con un gancio esperto delle dita per osservarne le dimensioni; poi se la rimette in bocca col rinnovato proposito di divorarla. Sembra immerso nella riflessione sulla indistruttibilità delle cose. La seduta si è trascinata fino alla sonnolenza dei magistrati e la saturazione del pubblico. Pare che gli spettatori siano per lo più ex clienti del tribunale. Forse ci ritornano per leccarsi le ferite. O per lenire la solitudine accoppiandosi idealmente con chi continua a incappare nella medesima sorte. Sono rimasti affezionati ai magistrati, al loro modo di dosare carezze e bastonate. Qualcuno ha forse una pendenza ancora aperta e con l’assidua presenza intende conquistarsi il favore dei giudici. Ma c’è anche chi semplicemente vuole passare il tempo al coperto davanti ad un teatro reale e ricco di suspense. Un teatro che si può gustare anche se si perde la trama. ______________ Chiusa la seduta – fuori è già scesa la sera – tutti si affrettano verso l’uscita. Guglielmo è sorpreso di vedere sulla strada una folla di dimostranti con striscioni variopinti: “Basta con la corruzione!”, “Vergogna!”, “Abbasso i privilegi!”, “Ladro e cornuto!”. C’è anche qualche pannello con la foto del capo dello stato con la dentiera completa, ma con la giacca e la barba da Che Guevara. E c’è una miriade di foto più piccole con lo stesso soggetto su bastoni nodosi, che all’occasione sembrano prestarsi a impartire lezioni politiche agli avversari. Gugliemo vorrebbe abbordarli, instaurare un dialogo. Vorrebbe conquistarseli con la confessione pubblica delle proprie colpe e del proposito di autoredenzione. Ma non sa come. Non ricorda le colpe... e poi quelli non si curano di lui. Per nulla rinuncerebbero a urlare la loro protesta. Cambiare programma o invertire rotta sarebbe come incepparsi. Sarà stato detto loro di dimostrare contro qualcuno e qualcosa, ma senza specificare contro chi e che cosa. Una parola individuare gli organizzatori! Forse non sono neppure presenti. Tre dei manifestanti dalla faccia più burbera inscenano una forca con un pupazzo imbottito di stracci. Le intenzioni sembrano serie, ma con effetto da commedia. A Guglielmo scappa una risata, anche se il pupazzo dovrebbe essere la sua rappresentazione. Tra la gente circola il venditore di rinfreschi del cinema, che finalmente può diventare un protagonista di scena. “Gelà! Cocacò! Nocciolì!”, urla mozzando le parole, come se le sillabe tralasciate gli facciano risparmiar fiato. Il proprietario del cinema-tribunale lo segue con lo sguardo compiaciuto. Ha la sensazione che tutto questo movimento ora, come la corte col suo pubblico prima, gli appartenga. È soddisfatto anche della protesta, attento solo ad arginarne gli eccessi. Si sente mecenate della giustizia e della politica. Alto, faccia olivastra, mascelle pronunciate, barba ben curata e capelli brizzolati, sulla cinquantina, indossa un abito scuro. All’occhiello della giacca di velluto spicca un bottone rosso che sa di patacca ufficiale. Dalle poche interiezioni si sente una cadenza marcatamente slava. In genere tace come se le cose ordinarie non meritino consumo di energie vitali. Gli ordini li trasmette con virate degli occhi. È avaro anche di movimenti; tiene rigida la testa e in caso di necessità fa roteare l’intero busto. Fuma un avana enorme che marca il suo territorio con un dolciastro nauseabondo. Dovrebbe essere sua moglie la signora grassoccia che fa da padrona all’ingresso del cinema con la vendita dei biglietti. Non si capisce come la cabina riesca a contenerla. Dal finestrino si intravede la faccia di campagna e le braccia grondanti brandelli di carne. Ha una sigaretta incollata sul labbro inferiore; le dona autorità il fumo che esala e sembra accecarla. Stacca biglietti per il solo cinema, biglietti per il solo tribunale, ma anche biglietti cumulativi che consentono di circolare liberamente per godersi a piacere film e processo. Non tutti acquistano il biglietto o se lo fanno vidimare, qualcuno entra senza controllo. Probabilmente è già munito, come Guglielmo, del tesserino mensile a tariffa ridotta. Guglielmo è ingegnere. Laureato a pieni voti e ricco di idee, ha preferito esercitare fin dall’inizio da libero professionista. Ha brevettato invenzioni, soprattutto congegni meccanici di trasmissione e sistemi elettrici a consumo ridotto d’energia, che è riuscito a vendere all’industria. Ma da qualche anno, con l’inizio dei processi, si è arenato. “I tribunali Le hanno atrofizzato la ghiandola della creatività”, lamenta la signora che gli curava l’amministrazione e le pubbliche relazioni. E che lo ha abbandonato. “È colpa tua se ti sei lasciato prendere da questo pantano! Sembra che io per te non conti nulla”, gli rimprovera Angela, l’amica del cuore, che lo ha lasciato. Pensa di poter riprendere il rapporto, ma solo quando lui si deciderà a chiarire le priorità. Le due donne non avrebbero difficoltà alcuna a testimoniare per lui davanti al giudice. Ma neppure loro sanno su che cosa e per che cosa. ________________ L’imputato non ha partecipato all’udienza di ieri. Era indisposto ed ha passato tutto il giorno supino sul letto. Questo pomeriggio ha voluto partecipare alla cerimonia del venerdì santo nella chiesa dei francescani. Alle tre in punto dalla sacrestia escono i sacerdoti in processione silenziosa verso l’altare. Oggi non sono in pompa magna come la corte, ma la loro gestualità gliela rende presente. Guglielmo non è un assiduo praticante e non riesce a cogliere tutti i sottintesi della liturgia. Non capisce se i sacerdoti stiano dalla parte del condannato o di quelli che condannano: di Gesù o degli scribi e farisei, di Ponzio Pilato, del popolo che urla “crucifige, crucifige!” Certo anche oggi nella loro rappresentazione del processo non lo assolvono, lo rimettono in croce. Guglielmo si concentra sul condannato fino all’identificazione. Desidera morire anche lui quando l’interprete del condannato griderà: “Dio mio, Dio mio, perchè mi hai abbandonato?” o un pò più in là: “Tutto è compiuto”. Quell’istante lo aspetta intensamente fin dall’inizio della lettura cantata della Passione. Sà che in quell’attimo cruciale verrà fulminato da un ictus o un infarto. Pensa al trambusto che ne nascerà. Ai vicini di banco che lo trasporteranno fuori della chiesa; a tutti gli altri che senza spostarsi cercheranno di capire; ai sacerdoti che dopo una breve interruzione riprenderanno il rito. Pensa all’autoambulanza a sirena spianata, all’arrivo all’ospedale quando sarà troppo tardi. Si raffigura il funerale nel giorno di Pasquetta. Rientrerà in scena Angela per organizzare la cerimonia, per avvisare gli amici e i conoscenti frugando tra gli indirizzi delle agende. I più troveranno un pretesto per non rinunciare alla tradizionale gita in campagna. Sente le parole retoriche di apprezzamento e di compassione. Forse al cimitero ci saranno anche i giudici, il pubblico ministero, la segretaria, l’avvocato, che in fondo si sono già affezionati alla sua vista con la coda dell’occhio. Forse gli vogliono bene come in una corrida se ne vuole al toro. Guglielmo ripassa l’intera vita con una inedita velocità di sintesi. Gli scorre tutta, dall’infanzia fino all’ultimo istante, come un grido di dolore. Sente la fortuna di morir lucido, il privilegio di poter chiedere perdono di tutto, anche di essere esistito. Ma l’istante del trapasso del condannato arriva e passa senza coinvolgere Guglielmo. E l’ictus? Guglielmo si palpa e continua a sentirsi. Spazia tra le cose corporee e i fantasmi. Nulla manca all’appello. Ricorda che Gesù, il condannato, aveva garantito ai suoi la facoltà di spostare con la fede anche le montagne. Vuol dire che Guglielmo di fede non ne ha neppure quanto un granello di senape o che la confonde con la magia. Passa anche il venerdì santo e i sacerdoti con tutto il popolo si preparano alla Pasqua di Risurrezione, che arriverà puntuale, secondo copione. All’alba della domenica lo sveglia la moglie con una carezza sulla fronte madida di sudore. Gli lascia il caffellatte e un’arancia sul comodino sussurrandogli: “Ce la farai... ce la faremo!” Guglielmo ricorda d’essere stato sopraffatto non sa quando dalla stanchezza e dall’ansia. Titubante mette un piede nel mondo di prima. Ma gli sembra banale decidersi per l’uno o per l’altro. In fondo il mondo ordinario e quello del sogno sono indissolubilmente coinvolti come la buccia e la polpa dell’arancia. Guglielmo non ritrova la linea di demarcazione. La polpa potrebbe essere la verità della buccia. Deve riprendere il filo per chiarire le circostanze del delitto, la natura della colpa e dell’angoscia. Si alza, si trascina verso la finestra. L’apre lasciando entrare controvoglia il sole primaverile che nasce, lo schiamazzo festoso delle rondini tra i tetti e il cielo, il sentiero che si snoda nella luce della collina. Si sente ingannato anche dalla natura. Per lui il tempo si è fermato al venerdì santo. Anche nel giorno di festa gli arriveranno le solite telefonate anonime, gli insulti. Gli diranno che si vergogni, che gliela faranno pagare. Sa che dopodomani dovrà tornare in tribunale. La convocazione lo avverte che la sua presenza è obbligatoria. Mario Tamponi
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