Mario Tamponi Zurück
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Le metafore sono l’anima del nostro linguaggio Dal mito della caverna a quello del deserto, all’oasi senza deserto Le metafore sono segni, simboli, miti, parabole, similitudini, allegorie, fiabe… Sono il tessuto della nostra intelligenza. Metafore sono i miti di Platone, le parabole di Gesù, le favole di Fedro e di Esopo, di Collodi e di Rodari. Metafora può essere una parola, una frase o un racconto che significhi una verità oltre il tempo: esistenziale, etica o religiosa. Di metafore è ricca la letteratura: non solo la Divina Commedia di Dante, il Faust di Goethe, la Metamorfosi o il Castello di Kafka, la Montagna incantata di Thomas Mann, la Peste di Camus, il Deserto dei tartari di Buzzati, ma ogni grande invenzione narrativa e poetica. Di metafore è ricca l’arte figurativa come la creazione di Michelangelo o la sua Pietà con una Madonna più giovane del figlio, ma anche le opere di tanti altri dal Leonardo degli enigmi al Picasso degli archetipi, al Dalì del tempo onirico. Metafore sono quelle quotidiane che anche noi ci raccontiamo con un pò di fantasia alla ricerca di un senso dentro la vita. La Genesi in sei giorni nel racconto della Bibbia è metafora. Interpretarla alla lettera come evento storico di seimila anni fa, come fanno tanti creazionisti del nostro tempo, significa spogliarla del suo significato profondo ed esporla a insulse contrapposizioni con la teoria evoluzionistica. La versione biblica e quella scientifica sono diverse, ma perfettamente compatibili, integrative. La prima esprime simbolicamente la dipendenza da Dio come fondamento del tutto e la gratitudine che gli è dovuta per il dono dell’esistere; la seconda, quella di Darwin, è approssimativa fenomenologia naturalistica, non scevra anch’essa da metafore. Metafore si riscontrano anche in ambiti scientifici più precisi e raffinati, come quando la meccanica quantistica cerca di descrivere quello che sarebbe accaduto in frazioni di miliardesimi di secondo subito dopo il big bang, come se il tempo fosse – come invece non è – il contenitore preesistente di fenomeni osservabili dall’esterno. Lo zelo biblico dei creazionisti è in parte complesso di inferiorità rispetto al linguaggio specialistico di una scienza emancipata. Ma quel complesso è ingiustificato perchè la metafora, se bene intesa, è dentro ogni lingua per trascenderla: coinvolge l’uomo nel suo insieme e gli consente il passaggio dalla sfera naturale degli oggetti e dei fenomeni visibili a quella dell’esistere personale e sociale. La metafora è universale perchè, pur nascendo nel particolarissimo contesto storico-culturale di ognuno, rende possibile la comunicazione con tutti ad ogni livello. La magia della metafora sta nel suo equilibrio tra la giusta dose di leggerezza e pesantezza, al di qua di ogni deriva materialistica e spiritualistica. In quel giusto mezzo la metafora è metafora, è cioè significato del reale là dove il significato è il reale. Neppure in ambito ecclesiastico, che pure abbonda di metafore, la metafora viene sempre vissuta per quello che è. Un esempio tra tanti ce lo offre la diversa interpretazione del mistero eucaristico: mentre molti cattolici tendono a concepire la presenza del Cristo in senso simbolico pesante, fisico, altrettanti protestanti adottano invece un simbolismo leggero leggero. Sbagliano gli uni e gli altri con la conseguenza di contrasti impropri. I primi cadono nella concezione ingenua della presenza materiale non filtrata dalla “critica” kantiana, mentre gli altri finiscono col diluire e vanificare nella leggerezza ogni tipo di presenza. La soluzione comune dovrebbe essere invece nel simbolo forte, che è più reale della stessa fisicità o materialità. L’eucaristia come metafora vera è realtà vissuta nel suo fondamento: la comunità che si rinnova nella morte e resurrezione del Cristo, il dolore nostro e del mondo che si trasfigura partecipando della Passione che salva. Cattolici e protestanti dovrebbero assieme celebrare ogni volta il medesimo evento dell’ultima cena, a prescindere dalle possibili, spesso superflue, diversità speculative. In questa stessa ottica non è determinante indagare – come parecchi agnostici fanno – sulla storicità di Gesù. Un vero credente non la mette in discussione, perchè per lui la rivelazione condivisa del Vangelo è soprattutto la grande (reale!) metafora della vita e della morte dell’uomo nella morte e nella resurrezione del Cristo. Una certa storiografia cronologica, che spesso falsa o svuota la storia esistenziale, potrebbe sviare dalla densità di quella rivoluzione metastorica: l’amore umano rigenerato nell’Assoluto che sovverte la logica competitiva e selettiva dell’evoluzione naturale e instaura il regno della fratellanza universale. È sublime quella metafora che esprime attuando la spiritualizzazione della natura, un evento troppo coinvolgente per essere inventato o indagato con la miopia delle sottigliezze fisico-sperimentali. Metafore nascono e ci accompagnano anche nella vita comune. Ci diciamo ad esempio che il sole sorge e tramonta pur sapendo che quel ciclo è l’effetto ottico del moto rotatorio della terra e del suo campo gravitazionale in cui ci situiamo. Se nel linguaggio ordinario usassimo la versione copernicana non faremmo che complicare la comunicazione. Ma questa nostra percezione quotidiana e tantissime altre rinviano a ciò che la scienza e la filosofia via via ci dicono sul mondo e sulla vita. Sensorialmente e neurologicamente ci raffiguriamo in dimensioni tridimensionali e intuitive realtà che la scienza ci illustra con formule matematiche e la filosofia con categorie concettuali. Ma anche le visioni della scienza più avanzata e della filosofia più moderna sono metafore del senso ulteriore che ci lasciano appena intravedere senza spiegare. Nel nostro universo linguistico – già diversificato fino all’inverosimile da immagini, suoni, ritmi e melodie – le metafore non sono univoche nel senso che da una parte ci sarebbero i simboli, dall’altra i corrispettivi significati come in relazioni tra poli; stranamente i poli sono nelle relazioni e le relazioni nei poli. Le metafore, come le parole, sono indefinite e intrecciate, in movimento senza punti fissi di riferimento. Il fatto è che una rimanda ad altre e queste ad altre ancora, ondeggiano come storni, si diramano come sciami in direzioni multiple in un presente esteso che si proietta nel passato e nel futuro. È la bellezza dell’essere profondo che vuole rivelarsi per approssimazioni senza fine. La metafora è la modalità del nostro linguaggio, della nostra intelligenza che tende alla verità senza mai raggiungerla e stimola la curiosità senza mai generare frustrazione. Il linguaggio e l’intelligenza denunciano sul nascere la stupidità assoluta di ogni dogmatismo e fanatismo, ma anche il vuoto esibizionismo della chiacchiera da salotto. Se la metafora è il tessuto di ogni linguaggio dell’intelligenza umana e le metafore per antonomasia sono le opere d’arte, allora per analogia le visioni della nostra creatività nella vita, nella scienza, nella filosofia e nella religione sono da intendere e da trattare come opere d’arte. Dove il bello è dimensione estetica, ma soprattutto ontologica, cioè etico-religiosa. Il mito della caverna e del deserto Dalla caverna verso la verità In una grotta sotterranea prigionieri incatenati hanno lo sguardo rigidamente rivolto verso la parete di fondo su cui si alternano da sempre delle ombre: sono le proiezioni di oggetti e persone che scorrono dietro, illuminati dalla luce di un fuoco. Non avendo mai visto altro, i prigionieri credono che le ombre siano la realtà, l’unica possibile. Un giorno uno di loro riesce a liberarsi dalle catene e girandosi intravede le persone, gli oggetti e il fuoco e, varcando poi l’uscita, il sole. La luce lo abbaglia dolorosamente quasi fino ad accecarlo, ma poi pian piano gli si rivela come la sorgente di ogni realtà visibile e della bellezza, che è anche verità e bene. Sconvolto sente l’impulso di ritornare dentro la caverna per raccontare la scoperta agli ex compagni di sventura. È molto probabile che quelli non gli vorranno credere per non rischiare di perdere con la vista le loro certezze; per essere lasciati in pace potrebbero cercare persino di ucciderlo. Questo è in sintesi il celebre mito della caverna di Platone (libro VII della Repubblica), una metafora dell’umanità sospesa tra apparenze e realtà. L’uomo, prigioniero dei propri sensi, tende a non dubitare di quello che vede, a convivere con le proprie abitudini e pigrizia, con l’illusione di sapere già tutto. Soltanto l’eros della conoscenza, che è istinto e desiderio di bello e di bene, potrà liberarlo. Un desiderio che è vibrante e attivo in chi suppone di non sapere e vuole sapere, oltrepassare i confini dell’immaginazione. Il mito della caverna è la metafora della curiosità, della conoscenza scientifica e filosofica, del riscatto dell’umanità dal sonno della ragione; solo collateralmente si occupa del rapporto tra i compagni di prigionia nel comune anelito alla verità e alla libertà. Il mito del deserto – che di seguito vorrei proporvi – si sofferma invece sulla primaria relazione interpersonale dell’uomo da cui emanano la società etica e, contestualmente, il mondo come palcoscenico. Dal deserto verso la realtà Un uomo d'età indefinita si perde in un deserto, sconfinato quanto la sua terra. Dopo lungo vagabondaggio di sole e sabbia, di sete e allucinazioni approda ad un'oasi. Rifocillandosi si riprende, ma subito dopo si scopre solo. E nella solitudine si assottigliano i vaghi ricordi del passato; senza memoria svanisce la coscienza di essere qualcuno in un dove verso qualcosa. Un vegetale in angoscia. Una sera approda nell’oasi un altro viandante stremato, in tutto simile a lui. Nell'incontro il primo ritrova se stesso, e così anche il secondo: nella simbiosi riaffiorano i ricordi e il dove; il presente volgendosi al futuro si colora di senso, rinasce il sorriso. Ma col tempo la vita quotidiana si oscura di tensioni. I due cominciano a litigare per il resto dell'acqua e per l'ultima banana quando quelle raccolte sono di numero dispari. Le noci di cocco, che potrebbero saziare e rinfrescare entrambi senza distinzione di quale per chi, si ergono in mucchi contrapposti per colpirsi a vicenda; e per il riposo notturno l'uno si protegge dall'altro con un patto di non aggressione, ma restando aggrappato per eventuali emergenze a un nodoso bastone di bambù. Litigano sulle scelte comuni quando il voto di parità non serve a sbloccare le controversie, generalmente di possesso. Litigano persino quando l'uno o l'altro per eccesso di protagonismo si dilunga nel racconto del proprio passato con frammenti di vissuto e tante amnesie. Miraggi di autosufficienza generano nuove illusioni e allucinazioni, maschere per apparire ognuno migliore all’altro e a se stesso. E così la convivenza diventa solo convenienza per l’impossibilità di ognuno di evadere dall'oasi oltre il deserto. La simbiosi originaria degenera in coesistenza fisica, e l'acqua, le banane, le noci di cocco e tutto il resto, prima strumenti di comunione, diventano oggetti da possedere per consolidare l'autonomia, la supremazia dell’uno sull’altro. Del bisogno vitale dell'altro sopravvive in ognuno qualche pallido barlume in situazioni di temporanea indigenza e si tende a solidarizzare solo per ottenere di più, per credere di esistere contro la paura di morire. La pigrizia fisica e mentale vuole che quel barlume resti solo barlume; la lucidità potrebbe sconvolgere miraggi e maschere che sembra più comodo prendere per veri. Solo una folgorazione potrebbe rivelare che quella lucidità è invece il compito primario di ognuno. Una folgorazione misteriosa, intermittente, che dona anche la forza necessaria per sentirla e seguirla. La folgorazione consente di percepire l'io come relazione con l'altro, l'io-altro come indivisibile cellula originaria, il nucleo da cui emana anche il mondo con le coordinate spaziotemporali. Ma le cose intorno, che l’illusionismo ottico raffigurava solide e pesanti, diventano evanescenti, pezzi di un palcoscenico fluido nell’unico tempo esistenziale. Nella relazionalità dell’uno con l’altro la folgorazione parla la lingua della bellezza, che è brivido. Brivido dell'approdo nell'oasi dentro il deserto e dell’opportunità di viverci, dei corsi d'acqua e delle piante di banane e di cocco, della profonda vicinanza dell'orizzonte, del sole e delle stelle, della certezza di un’oasi senza deserto. Mario Tamponi