Mario Tamponi Zurück
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Quel maledetto congiuntivo! …bello come la musica In Italia ci sono anche politici e operatori della comunicazione che spesso bistrattano il congiuntivo o lo evitano. Forse lo considerano una complicazione superflua o una prelibatezza barocca; alcuni persino se ne vantano credendo di apparire moderni o contadini autentici. In realtà per pigrizia mentale ignorano quello che perdono. Vorrei qui rivendicare con forza i diritti del congiuntivo: che è bello… ed è facile. Ci provo schematicamente con qualche esempio. Leonardo è un genio“ è una frase principale dichiarativa, quindi col verbo all’indicativo. So che Leonardo è un genio“ consta di una frase principale („io so“) e di una secondaria/dipendente („Leonardo è un genio“). „Sapere“ è un verbo dichiarativo (come: vedere, capire, constatare, dire, raccontare, ripetere, ecc.), quindi anche nella dipendente il verbo è all’indicativo. Credo che Leonardo sia un genio“: qui la frase dipendente è al congiuntivo („sia“) perchè „credere“ è un verbo soggettivo, come tutti quelli che esprimono opinione, volontà, desiderio, aspettativa, speranza, ipotesi, dubbio, incertezza…. Se dicessimo erroneamente: „Credo che Leonardo è un genio“, avremmo - con l‘indicativo anche nella secondaria – due enunciati separati („io credo“; „Leonardo è un genio“). Col congiuntivo (necessario!) la soggettività del verbo della principale („credere“) si proietta emotivamente nella secondaria con l’effetto della fusione dei due enunciati in una unità strutturale. Sembra un dettaglio formale, ma non lo è. Questa unità con l’uso del congiuntivo non esiste nell’inglese, nel tedesco, nel francese e in altri idiomi neolatini. Nell’italiano è importante ed esprime bellezza nella logica della musica, della matematica, del flusso del pensiero. Quando molti stranieri riconoscono la musicalità della nostra lingua si riferiscono alla combinazione e successione di vocali e consonanti, meno al fascino discreto della sintassi. E invece soprattutto per questo secondo motivo (cioè non solo per la semplice successione di note e di numeri) è bella una composizione musicale, è bella anche una formula matematica che nella semplicità (unità) interpreta la presunta complessità del mondo fisico. Ma ritorniamo alla bellezza del congiuntivo. Ancora più coesa diventa l’unità quando le due frasi (principale e secondaria), invece di soggetti diversi (io e Leonardo), ne hanno uno solo (io o Leonardo): in tal caso il congiuntivo diventa infinito (come modo) perchè la fusione sia piena (in un‘unica frase): Non credo di essere un genio“ oppure Leonardo crede di essere un genio“. Evitare o bistrattare il congiuntivo è quindi innanzitutto un oltraggio estetico. Per imparare ad usarlo bastano due semplicissimi accorgimenti: a) Riconoscere i verbi che esprimono soggettività e che quindi nella secondaria richiedono il congiuntivo: penso che, spero che, immagino che, desidero che, mi piace che, preferisco che, temo che, sembra che, può darsi che, non so perchè…; anche espressioni impersonali con ottica soggettiva come: è bello/probabile/assurdo che… a) Ripassare come filastrocca la coniugazione del congiuntivo dei verbi regolari (amare: ami, ami, ami, amiamo, amiate, amino; vedere: veda, veda, veda, vediamo, vediate, vedano; partire: parta, parta, parta, partiamo, partiate, partano; finire: finisca, finisca, finisca, finiamo, finiate, finiscano) e irregolari (essere: sia, sia, sia, siamo, siate, siano; avere: abbia, abbia, abbia, abbiamo, abbiate, abbiano; andare: vada, vada, vada, andiamo, andiate, vadano; fare: faccia, faccia, faccia, facciamo, facciate, facciano; ecc. ecc.). Del congiuntivo bisognerebbe ripassare anche la coniugazione dell’imperfetto (e trapassato) richiesto al passato dalle stesse frasi „soggettive“: „Credevo che La Gioconda fosse la fortuna del Louvre.“ „Pensavo che Leonardo fosse stato più inventore che pittore.“ In sintesi l’intera concordanza dei tempi: Sono felice che tu esista.“ Mi fa piacere che tu (ieri) mi abbia telefonato.“ Era bello che tu mi amassi.“ Era bello che tu ti fossi ricordato di me.“ E per il futuro nella dipendente: Spero che tu (stasera) venga/verrai da me.“ „La settimana scorsa speravo che tu (ieri) saresti venuto.“ (*condizionale composto per il futuro visto dal passato). Tutto qui… o quasi! Per esperienza (da insegnante d’italiano) so che per imparare definitivamente il congiuntivo basterebbero 3 ore di lezione e applicazione. Una lezione ulteriore di appena 2 ore, ma sufficiente per l‘intera vita, sarebbe necessaria per consolidare l’uso del congiuntivo (e del condizionale) nelle frasi ipotetiche: un altro capolavoro musicale della nostra lingua! Le ipotetiche in breve: Situazione possibile al presente: Se piove, resto/resterò a casa.“ Situazione al presente, ma ipotetica-irreale (al solleone): Se ora piovesse, resterei a casa.“ (quindi imperfetto congiuntivo nella secondaria, condizionale nella principale). Se (ora) fossi a Napoli, canterei O sole mio.“ Situazione ipotetica-irreale al passato: Se ieri avessi vinto al lotto, avrei festeggiato a casa „… e oggi festeggerei al Quirinale.“ In seguito si potrebbe ritornare sull’uso del congiuntivo in frasi concessive, finali, comparative, relative, ecc.; ma forse non sarà necessario perchè qui anche gli allergici al congiuntivo stranamente, per istinto, sbagliano di meno. Per concludere auspico che si formi nell’intera Penisola un corpo volontario di insegnanti (o missionari della bellezza) per assistere in quelle 3 + 2 ore di lezione chi ne senta il bisogno e abbia l’umiltà di farne richiesta. Ma dando la precedenza a politici e moltiplicatori per rimediare al male che oggi fanno quando in pubblico parlano come se il congiuntivo non esistesse. Questa assistenza didattica dovrebbe essere gratuita per riceverne come contropartita la promessa di un maggiore impegno politico per una migliore formazione (anche) linguistica nelle scuole e all’università: per la tutela del bel Paese. Mario Tamponi