Mario Tamponi Zurück
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Storie di geni e di furbi ovvero l’intelligenza disoccupata Percorrendo Via Marsala accanto alla stazione Termini mi sento chiamare dal finestrino di una macchina che rallenta nel traffico caotico e fragoroso. Vi intravedo un tipo estroverso; gesticolando si rivolge proprio a me mentre la sua Alfa mi si affianca a passo d’uomo vicino al marciapiede. “Oh! che bella sorpresa, che fai qui? Ma non mi riconosci?“, mi urla con un sorriso sorpreso ed espansivo alla Jerry Lewis. È un signore distinto con farfallino sgargiante, oltre la quarantina. Alla guida c’è un omaccione con occhiali scuri e un pizzetto insidioso, ma compiaciuto che il capo abbia ritrovato un amico importante. “Certo che ti riconosco!” gli rispondo smarrito mentre cerco di passare in rassegna le facce degli individui simili con cui ho avuto a che fare negli ultimi mesi e anche prima. Penso ai viaggi di gruppo che ho organizzato nella città eterna e dintorni, alla gente che ho incontrato anche di sfuggita. Quasi mi sento in colpa per l’ingrato vuoto di memoria. “Ma chi sono?” replica lui incalzando la mia malcelata incertezza con una smorfia di delusione che si smorza in luminosa indulgenza. Mi avvicino al finestrino spalancato per stringergli la mano mentre accelero la corsa nel groviglio dei ricordi senza venirne a capo. Non mi resta che sintonizzarmi con la situazione fingendo complicità. “Ricordi”, gli rispondo, “quella giornataccia di pioggia all’agriturismo di Frascati con gli amici berlinesi?!” Lui allenta la tensione dello sguardo che non cessa di scrutarmi, ma non accenna ad aprirmi lo sportello; del resto la macchina intasata di troppe cose non mi consentirebbe di salirvi. “Fra tre settimane”, dice, “ti invito in primissima fila alla sfilata di moda in Piazza di Spagna, e con le altre personalità al gran gala di chiusura. Avrei voluto invitarti già a quella di Armani di ieri sera a Villa Borghese, ma non sapevo come raggiungerti.” “Accidenti, mi dispiace…”, borbotto. “Dispiace anche a me“, riprende lui. „Ho organizzato anche quella e mi lusinga la risonanza internazionale. Ma dimmi, come va il tuo lavoro? So che vieni spesso a Roma, ogni volta purtroppo per pochi giorni. Sabato prossimo sarò a Berlino. Conosci la boutique di Valentino sul Ku’damm? Vi farò una presentazione strepitosa. Potremmo vederci anche lì, ti vorrei come ospite d’onore.” Il fatto che si esprima a tratti in un fluido tedesco e con qualche battuta idiomatica sembra prova certa che a Berlino è di casa; da uomo di mondo mi parla dei locali del mio quartiere di Charlottenburg, entra in dettagli della sua attività, dei suoi collaboratori e di qualcuno dei miei. Mi chiede un aggiornato biglietto da visita. Per cercarlo dovrei aprire il borsello; per sciocca precauzione preferisco dettargli la mia e-mail e il numero di cellulare, e mi faccio scrivere il suo sul mio biglietto stropicciato dell’autobus; purtroppo non vi annota il suo nome. “Senti”, continua guardandomi intensamente negli occhi, “che taglia ha tua moglie?” Non lo so esattamente, ma dovendogli dare una risposta resto nel generico: “Non troppo sottile, anzi un pò abbondante.” “Vorrei farle un regalo”, dice e si fa porgere dall’autista una grande busta in carta argentata incorniciata da un cordoncino dorato. Stando a quanto sbuca dall’orlo intuisco che si tratta di un abito speciale, e quando la busta si apre appare un capolavoro in seta pregiata. “L’unica cosa che ti chiedo”, aggiunge, “è di farmi pubblicità.” Non è insolito che operatori culturali e commerciali mi chiedano articoli e commenti promozionali; oltre a fare il giornalista dispongo di un’agenzia di pubbliche relazioni per istituzioni e aziende made in Italy. Suppongo che lui mi si rivolga soprattutto nella mia veste professionale. Ma prendo l’abito malvolentieri, per non offenderlo. Non vorrei sentirmi obbligato a qualcosa… e mia moglie, che ama l’essenziale, potrebbe non gradirlo. Lui però, noncurante del mio disagio, si fa passare dal collega una seconda busta dal sedile posteriore e col virtuosismo del mago avezzo a conigli servili ne tira fuori una borsetta bizzarra in pelle morbidissima, tutta da accarezzare. Recalcitro timidamente, ma lui obietta che quella borsetta si combina perfettamente con le tonalità e i ricami del vestito e che sarebbe uno sfregio disgiungerli. Mi ritrovo quindi con le due cose ingombranti sotto braccio, appoggiato all’Alfa Romeo in divieto di sosta che continua ad intralciare il traffico; gli autobus mi sfiorano obbligandomi di volta in volta a spostarmi, le macchine strimpellano nervose. Ma lui non pare curarsene. Variando le salse ripete di apprezzare la mia genialità giornalistica e creativa, e nello stile di aneddoti accenna a varie vicende da retroscena della mia vita. Mi turba quando, quasi come gesto di devozione, mi chiede un bacio. Un mio rifiuto complicherebbe la situazione; per uscirne mi rassegno a darglielo in fretta sfiorandogli la fronte. Immagino che la cosa sia in linea col mondo della moda, notoriamente effeminato, e con quello di un certo affarismo dove le carezze potrebbero significare rispetto e subordinazione. Mi chiede poi le mie misure con un termine inglese che non afferro. Mi toglie dall’imbarazzo rifacendomi la domanda con parole più banali che significano statura, larghezza di vita e di spalle. Anche se la mia risposta è generica, lui – sempre con la collaborazione silenziosa dell’autista – estrae dal solito mucchio una nuova busta da cui fuoriescono i bordi di una giacca in pelle. Appena scartocciata le avvicina un accendino per attestarne l’autenticità; effettivamente al fuoco la vera pelle non brucia nè fonde come un volgare materiale sintetico. A titolo di pura curiosità mi sussurra confidenzialmente dentro l’orecchio che il costo commerciale della giacca si aggira sui 940 euro, sui 530 quello dei pantaloni che furtivamente vi ha fatto scivolare col guizzo disinvolto dell’artista e il gusto dell’abbinamento. Ovviamente un regalo anche questo! Ma mi chiede un favore, questa volta materiale anche se irrisorio. Il serbatoio della macchina sarebbe a secco e lui non si troverebbe in tasca gli spiccioli per il pieno. Mi sorprende, quasi mi dispiace l’improvviso calo di tono rispetto alla nobile generosità di poc‘anzi. Mi scuso dicendogli che nel borsello che porto a tracolla ho pochi spiccioli; il portafoglio l’avrei lasciato a casa di amici di cui sarei ospite e il mio appartamento romano sarebbe momentaneamente occupato da colleghi di lavoro. Mi domanda dove abitano gli uni e gli altri, e se non sarebbe possibile andarci in macchina. Tenendomi stretto il borsello gli dico che sarei uscito di corsa per delle cose urgenti ancora da sbrigare e che sarebbe mia intenzione rincasare sul tardi. E lui, senza aggiungere altro, assalito da ticchi incontrollabili che gli oscurano la faccia, mi strappa d’un colpo le quattro buste donate… e si congeda come seccato dell’insolita tirchieria, mentre la macchina rientra nel traffico con un fiero stridore di gomme. A pieni polmoni respiro l’aria di un ameno pomeriggio di sole. Mi sovviene per caso un pomeriggio analogo di cinque anni fa. Passeggiavo sul Ku’damm berlinese accanto a scintillanti vetrine abitate da manichini, modelle ingessate e immobili nella loro coreografia, ma con la discrezione che ammalia la curiosità e le distrazioni dei passanti. Assorto nella mia distrazione mi ha scosso il richiamo dell’autista di un macchinone sconnesso e cigolante; rallentando mi chiedeva in italiano (!) la direzione per l’Italia (!). Stavo per suggerirgli di continuare lungo il viale fino all’imbocco dell’autostrada per Hannover o Monaco quando lui, fermandosi e scendendo, cominciava a raccontarmi la sua storia con teatralità e cadenza napoletana. Avrebbe appena partecipato al Funkturm ad una fiera d’abbigliamento e si sarebbe voluto liberare dei pochi capi rimasti sul sedile posteriore e nel bagagliaio. Praticamente mi offriva l’opportunità unica di prendermi qualcosa di utile in omaggio, cioè al costo di una frazione infinitesimale del valore reale. Dimenandomi come serpe rifiutavo tutto quello che lui nel frattempo cercava di scaricarmi addosso, semplicemente perchè il problema che mi assillava era semmai quello di alleggerire il mio guardaroba. Qualche mese dopo ho rivisto un mio carissimo amico tedesco con una giacca in similpelle nera nera, non proprio in linea con la sua natura di scrittore ribelle. Mi ha raccontato di averne ricevuto un’intera partita di sei pezzi dello stesso tipo e colore da un grossista italiano, a Berlino per una esposizione: il tutto in omaggio, cioè con la sola copertura dei costi. “Oltre mille euro”, mi ha confessato, senza precisare il di più per un residuo di pudore. Ma sembrava felice dell’affare. Finalmente avrebbe potuto dedicarsi interamente alla poesia e alla prosa senza lasciarsi distrarre dall’assillo dei vestiti da comprare allo scadere di ogni stagione. La giacca nera, forse con l’abbinamento di pantaloni e del resto in omaggio, sarebbe diventata il suo marchio indelebile per gli anni a venire. Non ho mai analizzato a fondo le analogie tra le vicende di Roma e Berlino. Nel caso di Roma resta certamente un mistero come un signore a caso possa sapere tanto “di me”. Mi conosce realmente e mi aspetta al varco, magari nella bolgia del traffico cittadino? Oppure le informazioni che via via raccoglie dalle poche cose che gli dico e dalle più numerose parole della mia faccia e dei miei occhi lui le trasforma in conoscenza acquisita, in amicizia recitata, in trama di reciproca complicità? Un pò come astrologi e cartomanti raggranellano spunti privati e intimi dalle confessioni del cliente credulone per tessergli la lettura del destino personale con previsioni dosate di roseo e tempestoso. Nell’uno e nell’altro caso si tratta di persone straordinariamente sottili. C’è da chiedersi perchè tanti geni non si dedichino ad attività più sensate invece di sprecare tempo ed energia per spillare pochi soldi e rischiare di restare incompresi. L’umanità avrebbe bisogno, estremamente bisogno, di psicologi e comunicatori così raffinati e pazienti per cercare di risolvere problemi reali e sentirsi meglio. Mario Tamponi